Archivi del mese: dicembre 2006

Oro o Scopo ?

Il solito dubbio: fare quello che piace o fare quello che porta guadagno?

O trovare il modo di guadagnare con quello che piace?

Non sono del segno dei bilanci, specie se pubblici, per cui mi muovo piuttosto improvvidamente in una quieta quotidianità. Cercando di far quadrare cerchi giornalieri e bilanciare equilibri poco più che orari.

Figurarsi i budget, allora, a un anno, a due, a dieci, che tutti sperano saranno nel segno del toro, ma si sa come va.

E allora son qua tranquillo, o quasi, senza l’impellenza di pensare a liste di prescrizione, o proscrizione, per il nuovo anno.

Sul grande dubbio, del se sia meglio fare o pensare, ho già le mie risoluzioni, che a metterle in pratica significa che nessuno dei due serve ad un granché senza l’altro.

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Uno su mille (forse) ce la fa, ma com’è dura la salita

Ieri ascoltavo il podcast di writersonwriting in cui c’è una istruttiva intervista con Elise Capron, che è una agente letteraria e ha condiviso il suo punto di vista su libri e mercato editoriale.

Elise fa parte di una agenzia di piccole dimensioni e, fra le altre cose, ha detto che in ufficio ricevono circa 300 (trecento) sottomissioni (1), non richieste, alla settimana.

Ha comunque chiuso su note positive suggerendo di non lasciarsi scoraggiare dai rifiuti e di continuare a provare perché è solo questione di trovare la persona giusta.

Quest’ultima affermazione mi porta alla mente ben altri struggimenti, che, incidentalmente, hanno poi fatto la fortuna di molti scrittori.

E questo mi ha a sua volta ricordato anche di quando, passeggiando per San Francisco, sono passato di fronte alla casa di Danielle Steel. Casa è un termine riduttivo per un sostanzioso maniero che occupa un intero isolato di un quartiere noto per l’alto costo degli immobili in una città nota per l’alto costo degli immobili.

Il tutto ha del sorprendente se considerate che difficilmente troverete qualcuno disposto ad ammettere di aver letto un libro della Steel.

Su wikipedia dicono che fino al 2005 aveva venduto più di 530milioni di copie. Porca vacca, e scusate il francesismo (a proposito Danielle dovrebbe avere anche una casa in Francia, dove spende parte dell’anno. No, giusto per la questione dei blog che fanno informazione. Questo (s)copre le nicchie).

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(1) non trovate sia un termine insinuante ed ambiguo?

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Infatuazioni

Chi mi conosca, anche superficialmente, dovrebbe aver realizzato che sono facile alle infatuazioni.

Mi sono innamorato di quasi tutte le protagoniste femminili dei film che ho visto(1) e ho anche cotte letterarie frequenti. Un serial reader che va a scoprire tutta la produzione dell’autore preferito del momento, a dispetto delle raccomandazioni matematiche su una produzione che mantiene una media qualitativa formata, per forza di cose, di picchi su entrambi i versanti.

Oggi parliamo di una rivista, Internazionale, che ho scoperto ieri in un raid compulsivo all’Edicola. Sottotitolo “racconti e illustrazioni da tutto il mondo”. Pare che raccolgano le storie che ritengono opportune facendo shopping al The New Yorker, The Economist, The Atlantic Monthly, e via così. Questa settimana c’erano scritti di James Ellroy, Nora Ephron, Scott Turow, per citare tre nomi che conosco.

In particolare quest’ultimo racconta la storia della sua infatuazione per il lavoro di Saul Bellow e si conferma come ogni autore poi abbia i suoi riferimenti. E’ tenerissimo il passaggio in cui dice che non ha mai provato ad imitarlo ma che si rendeva conto che “qualcosa del suo stile, e più ancora della sua ironia, mi ha contagiato per sempre”. E ancora “Il chiacchiericcio interiore di (…) è una pallida eco di vari personaggi di Bellow”. Per finire con “speravo che Bellow riconoscesse il tributo che gli rendevo e ne fosse lusingato”. Turow ha venduto un bel po’ di libri nella sua carriera, eppure è qua che omaggia un ispiratore.

Tornando a l’Internazionale, l’avevo sentita nominare più volte da Luca Sofri nel suo Condor, programma radiofonico di radiodue, con la nonchalance di chi la considera una specie di lettura obbligata per tenersi informati sui fatti del mondo. Un po’ parassitariamente, un po’ perché pensavo che Sofri fosse un gradino più in alto nella scala gerarchica culturale, un po’ perché all’Edicola era in una sezione che frequento poco, accanto agli Oggi e ai Gente (che con tutto il rispetto però non mi infatuano come le riviste di altre sezioni. A onor del vero non saprei neanch’io dove piazzarla) non l’avevo mai affrontata.

E’ servito il raid di ieri, una specie di fame da lettura di storie piacevoli di dimensioni medie. Non è da escludere che qualche influenza abbia avuto il coinvolgimento del The New Yorker (si pronuncia semplicemente new yorker, che fa più confidenziale), da sempre covo di Storie ben raccontate, o così almeno si sente in giro.

E poi Luca Sofri fa sempre la sua porca figura culturale a Condor, sembra che le sappia sempre tutte le sappia, ed è uno dei giornalisti/blogger di riferimento di chi guidi ascoltando radiodue. Quest’ultima è deferente, ma non troppo.

Uno dei vantaggi dell’avanzare dell’età è che non ci si vergogna più dell’oceano della propria ignoranza, ma si può godere del tramonto e delle poche gocce d’acqua saporita estratte durante il giorno.

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(1)non è vero, ma fa effetto, e Meril Streep sarà brava ma proprio non ci riesco ad infatuarmene. Specialmente da quando ha fatto piangere Clint Eastwood ne I ponti di Madison County. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

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C’è Baruffa nell’Aria, ovvero di PayperPost, Questioni Etiche, e Umane Tendenze

In questi giorni ci sono scambi infuocati di messaggi nel mondo dei top blogger.

Etica e uomini.

Due parole che faticano a stare nella stessa frase senza che qualcuno cerchi di allargare il colletto della camicia per allentare il disagio.

Nello specifico sembra che la scintilla che ha fatto traboccare il vaso (da Non ne ho la più squallida idea di S.Bartezzaghi) sia stata l’idea di Microsoft di spedire alcuni portatili con Vista preinstallato (se non avete idea di cosa stia parlando vivete in un mondo felice) a una serie di importanti blogger (no, rexer non ne ha ricevuti) perché, semplicemente, li provassero e sapessero dire.

Per Scoble (Ricordate? digitate Robert su google ed esce lui. Parlando di top) è tutto a posto se il blogger dichiara ad inizio pagina che ha ricevuto il materiale gratis. Per Joel Spolski (che il rifugio ha eletto, gratis, come uno dei personaggi da seguire), invece, la cosa è più complessa e dice che non si dovrebbero accettare caramelle da nessuno, conosciuti e sconosciuti. Un po’ si incarta il poverino perché, in effetti, al giorno d’oggi se fai un lavoro di relazione (cioè tutti) è ben difficile non ricevere un favore che prima o poi devi restituire.

E quando si entra in questioni etiche è un po’ come andare a passeggiare in un campo appena arato: guarda dove metti i piedi, cerca di procedere leggero, ma per quanta attenzione puoi fare alla fine un po’ di terra nelle scarpe ti resta.

E non parliamo nemmeno del PayperPost, dove fisicamente vieni pagato per scrivere un messaggio che parli di qualcosa. Sembra che da qualche giorno si debba ammettere da qualche parte, sul blog, non necessariamente in calce al messaggio, il pagamento.

Joel è più che altro seccato che la categoria perda in credibilità.

Personalmente ritengo che la credibilità te la costruisci nel tempo, operando costantemente nei binari che ti sei costruito, indipendentemente da quanti portatili ti spediscono a casa per Natale.

Può essere in effetti un problema se i tuoi colleghi non operano negli stessi binari, per cui potresti non vivere abbastanza a lungo per raggiungere la stazione ma, ehi, se avessi tutte le risposte probabilmente adesso sarei il maggior azionista di Google, o equipollente.

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Wolverine

Sono andato per oltre trent’anni dallo stesso barbiere.

Per pigrizia.

Venne chiarito all’inizio come volevo il taglio e ne è seguita una sequela di “solito” che poi abbiamo con gli anni via via limato ad un semplice cenno del capo.

Qualche volta abbiamo anche parlato. Il nostro, che chiameremo Wolverine per tutelarne l’anonimato, non era decisamente un uomo che avesse fatto della professione una ragione di vita.

Chiunque si sia presentato in prossimità della chiusura serale ne avrebbe avuto chiara dimostrazione dalla sua reazione stizzita (e quì chi abbia visto X-men ha anche un’immagine cui aggrapparsi). Come regola di vita tendo a non contraddire persone che usano per professione forbici e rasoi, per cui ho sempre avuto cura di presentarmi il più vicino possibile all’orario di apertura.

Wolverine vedeva il lavoro solo come mezzo di sostentamento per dedicarsi a progetti che gli interessavano. Un po’ come George Clooney i film di cassetta (questa ho l’impressione di averla già usata, ma Clooney fa sempre effetto, anche in replica). Solo che Wolverine, invece di finanziare progetti cinematografici indipendenti, studiava.

Già.

Non era oberato di clienti per cui aveva parecchio tempo libero che ha proficuamente utilizzato per costruirsi una cultura.

Mi ricordo in particolare il periodo in cui stava studiando il Tedesco, anzi, quando l’aveva già studiato e lo stava allenando facendo le parole crociate nella lingua germanica.

E’ capitato che si sia improvvisamente fermato, io lì con la testa semi rasata e qualche ciuffo ancora da domare, per farmi vedere un sette verticale che non riusciva a risolvere.

Poi consultava un poderoso dizionario Italiano-Tedesco visibilmente usurato e si lasciava andare a qualche commento sul fatto che “potrebbero anche aver sbagliato, ho trovato più di un errore su altri cruciverba. Tu cosa ne pensi?”

Notoriamente la mia conoscenza del Tedesco va poco oltre “non gettare oggetti dal finestrino” ma, per quanto detto sopra, tendevo a non contraddirlo esprimendo quel minimo di umana solidarietà dovuto.

La nostra relazione professionale è proseguita dunque quietamente, con qualche rada esplosione di colloquio, per tre decenni fino a che non ho deciso di troncarla. Pur avendo sempre sostenuto l’importanza della cultura sono anche uomo che premia il rispetto delle priorità, e mantenere in ordine il luogo di lavoro, specie se aperto al pubblico, ritengo sia una di queste.

Il passaggio al nuovo barbiere è stato abbastanza indolore, se si eccettua il fatto che ogni volta devo specificare quello che voglio e sperare che poi coincida con il risultato. Dalle conversazioni che ho intrattenuto sull’argomento nel corso degli anni pare che questa incertezza sia una costante nell’universo femminile.

Una piccola avventura mi è capitata questa estate quando, in personale emergenza tricotica, e non potendo rientrare in Italia allo scopo, sono entrato in un salone statunitense.

Mi ha accolto con un sorriso e una profusione di inchini una minuta signora di origine asiatica, sulla sessantina. Non parlava Inglese, né altre lingue di mia conoscenza, ma da fuori l’immagine che proiettavamo credo fosse di una amabile conversazione. Lei porgendomi richieste, che intuivo dall’andamento della frase e qualche gesto esplicativo, io con la fronte imperlata a fornire indicazioni che speravo fossero in qualche modo comprensibili. Il fatto che continuasse a sorridere e ad annuire con il capo non mi confortava, sembrava più un tic che non qualcosa in reale collegamento con lo scambio verbale.

Alla fine il risultato non fu poi male. Ho lasciato una mancia cospicua e sono corso immediatamente a casa per lavare i capelli e tentare di ridare loro la forma più o meno abituale.

Wolverine mi manca, a volte.

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“Pigmalione in Classe” di L.Jacobson e R.Rosenthal

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Sottotitolo: aspettative degli insegnanti e sviluppo intellettuale degli allievi.

La questione laica di ieri mi ha fatto tornare in mente questo saggio che ormai ha qualche anno sulle spalle (oltre trenta per la precisione) ma per me resta di estrema attualità.

Parla di come le aspettative influenzino le prestazioni delle persone che ci stanno di fronte (ma anche di noi stessi nel caso dell’effetto placebo).

L’esperimento principale prevedeva l’analisi di una classe di prima elementare. I test di ingresso sono stati un po’ taroccati (chissà se si usava questo termine a quel tempo) dicendo alle maestre che alcuni studenti erano più intelligenti di quello che in effetti erano.

A fine anno quegli studenti risultarono, effettivamente, avere prestazioni migliori rispetto agli altri.

Almeno due cose:

  1. durante l’anno la classe fu comunque tenuta in osservazione per controllare che le maestre non dedicassero più tempo agli studenti in questione. Non lo fecero;
  2. per le ovvie implicazioni morali non fu possibile fare l’inverso, cioè dire che dei bambini erano meno intelligenti di quanto fossero in realtà.

Il semplice fatto che le maestre pensassero che quei bambini erano più intelligenti influì sui risultati.

Nel libro si parla anche di altri esperimenti simili per effetti particolari, come l’effetto alone, per cui una caratteristica della persona viene estesa a tutto il suo essere (esempio pratico: presentarsi ad un colloquio di lavoro abbigliati in modo trasandato potrebbe far pensare all’esaminatore che le nostre prestazioni come gestori di un portagoglio titoli non siano poi così eccezionali. Il fatto che il candidato che abbiamo di fronte sia un appassionato di montagna come noi potrebbe farci pensare che sia anche migliore nella gestione di un portafoglio titoli. Possiamo anche fare un passo indietro al curriculum formalmente sciatto o con errori di digitazione. Se poi vogliamo puntare i piedi e gridare all’ingiustizia di tutto questo possiamo anche farlo. Ne sto solo facendo una questione di risultati).

Oppure l’effetto pigmalione, per cui il fatto di credere che la piccola fioraia possa diventare una gran signora ha un effetto realizzante.

Credo che un concetto simile fosse anche alla base del film “Una Poltrona Per Due” ma forse sto andando fuori dal seminato scientifico.

In ogni caso è un libro che merita una lettura, specialmente, vivaddìo, da parte di chi si occupi, anche saltuariamente, di formazione. E perché no da tutti quelli che abbiano a che fare quotidianamente con altre persone.

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Mi Piacerebbe Essere Laico

Mi piacerebbe essere laico nel senso demauroparaviano di chi intende essere consapevolmente indipendente da scelte aprioristiche e da dogmi religiosi, etici, ideologici, ecc..

La chiave della frase in corsivo a mio parere è l’indipendente, vale a dire che non sceglie in base alle indicazioni ma, neppure, rifiuta sulla base delle indicazioni, solo per affermare la laicità.

Non è semplice, nei mondi che conosco, dove spesso il o sei con me o contro di me basato su una scelta di una situazione specifica è usato come ricatto fisico/morale per influenzare una decisione.

! O dove si sceglie differente solo per affermare la propria diversità !

Perché tutti, a destra e a sinistra, in bianco ed in nero, all’inferno ed in paradiso, prima o poi dicono qualcosa di sensato. Mi piacerebbe riuscire ad ammetterlo quando lo fanno e non escluderli perché per il restante novantanove percento del tempo magari dicono corbellerie.

Mi piacerebbe, essere laico.

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