Wolverine

Sono andato per oltre trent’anni dallo stesso barbiere.

Per pigrizia.

Venne chiarito all’inizio come volevo il taglio e ne è seguita una sequela di “solito” che poi abbiamo con gli anni via via limato ad un semplice cenno del capo.

Qualche volta abbiamo anche parlato. Il nostro, che chiameremo Wolverine per tutelarne l’anonimato, non era decisamente un uomo che avesse fatto della professione una ragione di vita.

Chiunque si sia presentato in prossimità della chiusura serale ne avrebbe avuto chiara dimostrazione dalla sua reazione stizzita (e quì chi abbia visto X-men ha anche un’immagine cui aggrapparsi). Come regola di vita tendo a non contraddire persone che usano per professione forbici e rasoi, per cui ho sempre avuto cura di presentarmi il più vicino possibile all’orario di apertura.

Wolverine vedeva il lavoro solo come mezzo di sostentamento per dedicarsi a progetti che gli interessavano. Un po’ come George Clooney i film di cassetta (questa ho l’impressione di averla già usata, ma Clooney fa sempre effetto, anche in replica). Solo che Wolverine, invece di finanziare progetti cinematografici indipendenti, studiava.

Già.

Non era oberato di clienti per cui aveva parecchio tempo libero che ha proficuamente utilizzato per costruirsi una cultura.

Mi ricordo in particolare il periodo in cui stava studiando il Tedesco, anzi, quando l’aveva già studiato e lo stava allenando facendo le parole crociate nella lingua germanica.

E’ capitato che si sia improvvisamente fermato, io lì con la testa semi rasata e qualche ciuffo ancora da domare, per farmi vedere un sette verticale che non riusciva a risolvere.

Poi consultava un poderoso dizionario Italiano-Tedesco visibilmente usurato e si lasciava andare a qualche commento sul fatto che “potrebbero anche aver sbagliato, ho trovato più di un errore su altri cruciverba. Tu cosa ne pensi?”

Notoriamente la mia conoscenza del Tedesco va poco oltre “non gettare oggetti dal finestrino” ma, per quanto detto sopra, tendevo a non contraddirlo esprimendo quel minimo di umana solidarietà dovuto.

La nostra relazione professionale è proseguita dunque quietamente, con qualche rada esplosione di colloquio, per tre decenni fino a che non ho deciso di troncarla. Pur avendo sempre sostenuto l’importanza della cultura sono anche uomo che premia il rispetto delle priorità, e mantenere in ordine il luogo di lavoro, specie se aperto al pubblico, ritengo sia una di queste.

Il passaggio al nuovo barbiere è stato abbastanza indolore, se si eccettua il fatto che ogni volta devo specificare quello che voglio e sperare che poi coincida con il risultato. Dalle conversazioni che ho intrattenuto sull’argomento nel corso degli anni pare che questa incertezza sia una costante nell’universo femminile.

Una piccola avventura mi è capitata questa estate quando, in personale emergenza tricotica, e non potendo rientrare in Italia allo scopo, sono entrato in un salone statunitense.

Mi ha accolto con un sorriso e una profusione di inchini una minuta signora di origine asiatica, sulla sessantina. Non parlava Inglese, né altre lingue di mia conoscenza, ma da fuori l’immagine che proiettavamo credo fosse di una amabile conversazione. Lei porgendomi richieste, che intuivo dall’andamento della frase e qualche gesto esplicativo, io con la fronte imperlata a fornire indicazioni che speravo fossero in qualche modo comprensibili. Il fatto che continuasse a sorridere e ad annuire con il capo non mi confortava, sembrava più un tic che non qualcosa in reale collegamento con lo scambio verbale.

Alla fine il risultato non fu poi male. Ho lasciato una mancia cospicua e sono corso immediatamente a casa per lavare i capelli e tentare di ridare loro la forma più o meno abituale.

Wolverine mi manca, a volte.

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