L’angolo della vita

Quando si è piccoli si vede il mondo da un’angolatura piuttosto statica.

Tutto è sempre stato così, i bambini piccoli, i genitori grandi e i nonni vecchi, e non si vede perché debba cambiare, anzi, non si concepisce che possa cambiare.

Vai in montagna con le nonne che ti portano a fare passeggiate luuunghe, che ti stanchi prima di arrivare, e fai il picnic mangiando il panino con la mortadella che hanno fatto, e portato, loro.

A 18 anni fai la patente, il mondo è ancora tutto sommato stabile, ma tu sei grande ormai ed esci per la prima volta da solo con la macchina. Tutto va alla grande, ma quando rientri l’inesperienza ti fa valutare male l’entrata in garage e ti incunei in quell’angolo fetente. Il muro non ne soffre, ma la portiera sì. Tuo padre non ti sgrida, ma ti fa indietreggiare e riprovare e, con un po’ più di attenzione e consapevolezza dei tuoi limiti, porti quello che resta della carrozzeria in salvo.

Passa ancora qualche anno e la nonna fa sempre più fatica a camminare, fino a fermarsi, definitivamente. E ti rendi conto, definitivamente, che il mondo non è poi così immutabile.

La geometria non è mai stata il tuo forte, ma ricordi della sua importanza la prima volta che l’angolo del garage, sempre lui, fa un’altra vittima. Questa volta è tuo padre, che ha valutato male le proporzioni. Non commenti, non è l’angolo il problema.

E una decina di anni dopo ti ricordi dell’importanza degli angoli. Quando praticavi il massaggio cardiaco, sul manichino del corso di primo soccorso, sottolineavano la questione della spinta perpendicolare al terreno e i gomiti bloccati. Angoli favorevoli. Per la vittima. Meno per la tua schiena, specialmente se devi farlo per oltre dieci minuti, con l’unica compagnia della voce pacata dell’operatrice del 118. Ancora una volta, comunque, non è l’angolo il problema.

E quando arriva il medico ti siedi. Esausto. Statico. Ma solo per un po’. Poi tutto torna a scorrere, inesorabilmente, nella stessa direzione: i 360 gradi di un angolo giro.

 

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Snowboard, sogni, separazioni limitate

Questa è una bozza che era ferma al marzo del 2007. Nel frattempo Jake Burton è deceduto e un paio di altre cose sono successe. Rimane una storia che ha qualche interesse, soprattutto personale. Così, per ripartire dopo 11 anni di pausa, o forse no. Intanto questa la pubblichiamo.

Dopo il delurking day, che non abbiamo festeggiato, di qualche tempo fa, si passa alla giornata nazionale dell’atteggio.

Si cita qualche personaggio famoso che si è potuto vedere, oppure qualche manciata di secondi di celebrità vissuti. Conto sul fatto che tra le righe si riesca a leggere il messaggio, ben più importante delle mie frequentazioni.

Nell’estate del 1992 Terje Haakonsen aveva 18 anni ed era già un affermata stella dello snowboard (di quelle che brillano proprio, e sono lustri avanti tutti gli altri).

Io avevo qualche anno in più ed ero un campione nel riuscire a reggermi a malapena verticale dopo il mio primo inverno trascorso sullo snowboard (che poi lasciai dopo una breve ma intensa e soddisfacente carriera nel 1998).

Quell’estate mi iscrissi ad un camp di una settimana, sullo Stelvio, special guest, guarda te, Terje Haakonsen.

Ovviamente sulle piste lo vidi solo da lontano. Io ero affidato alle cure amorevoli di un insegnante per principianti, il quale ci accudiva attendendo con pazienza che fossimo tutti in piedi contemporaneamente, evento non frequente, per guidarci a valle a guisa di chioccia confusa che si chiede perché sia seguita da una covata di pinguini.

Ma venne la sera del penultimo giorno, la tradizionale festa d’addio si trasformò in una specie di sfida a chi beveva di più, come sempre accade. Rexer non bevve più di tanto, come sempre accade, e se ne andò a letto presto. Tutti gli altri si coricarono quando ormai albeggiava, credo.

Il sabato mattina mi sono presentato per l’ultima scorribanda sulle piste, che erano sinistramente vuote e tranquille.

Eravamo solo io, il responsabile del camp, ed un Professionista, Terje Haakonsen, che a dispetto della baldoria era lì, pronto al lavoro. I suoi studenti erano però tutti cappottati per cui gli venne assegnato il sottoscritto.

Immagino non sia stato il sogno della sua vita ma mi ha seguito con attenzione per tutta la mattina, insegnandomi a saltare piccoli ostacoli e ad andare all’indietro.

Per riportare la cosa ad un esempio attuale sarebbe come Valentino Rossi trascorresse una mattina ad insegnare ad andare in moto ad un appassionato. Per rendere l’idea, perché Haakonsen, in proporzione, era superiore agli avversari.

Perché ho scritto tutto questo oltre che per atteggiarmi?

Perché molte volte la realizzazione dei nostri desideri è legata sì alla fortuna, ma quest’ultima può essere abbontantemente aiutata con l’impegno consapevole e razionale.

Vuol dire che si possono realizzare tutti i nostri sogni? No, vuol dire che se ci si dà da fare potrebbe anche essere che qualcuno si realizzi.

Ricordatevi dei sei gradi di separazione.

E visto che ormai siamo in piena giornata nazionale dell’atteggio, in quei giorni sullo stelvio c’era anche Jake Burton padre fondatore dell’omonima azienda ed in lizza come uno dei fondatori dello snowboard. Non si è mai ben chiarito.

Un po’ come andare ad una mostra di computer ed incontrare Steve Jobs (ricordate che questa era una bozza del 2007. RIP Steve. ndr).

Quest’ultimo non ha però la fama di essere molto socievole. Jake (notare l’utilizzo del nome a simulare un certo grado ci confidenza) invece spese buona parte della settimana per spostarsi in snowboard da un rifugio all’altro, togliersi gli scarponi e mangiare minestra.
L’unica conversazione che abbiamo avuto ha riguardato delle modifiche che avevo fatto sugli attacchi. Il fondatore di una delle aziende più grosse del settore si perde a parlare di inezie tecniche con un perfetto sconosciuto che avrebbe avuto tutto da imparare.

In entrambi i casi i Grandi si sono differenziati per la professionalità e l’umiltà.

Io solo per il fatto di essere rimasto sobrio. Non un grosso biglietto da visita.

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Non che l’esito mi sorprenda, però avrei voluto esserci

(…)L’assemblea, al termine di una approfondita discussione, nel corso della quale ogni singola posta del bilancio viene, unitamente alla nota integrativa, attentamente esaminata, delibera all’unanimità l’approvazione del bilancio e la proposta di destinazione del risultato di esercizio come proposto dall’organo amministrativo .(…)

(dal verbale di assemblea di una società con un unico socio che è anche amministratore)

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Poi dice che uno continua ad avercela coi giornalisti

Luca Sofri (autore di una delle poche rubriche che val la pena di leggere, “notizie che non lo erano”, su La Gazzetta dello Sport al sabato) oggi fa un’osservazione interessante sui titoli dei giornali Italiani.

Non passa mezza giornata che trovo il titolone sul sito dell’ansa:

“Brenda, l’enigma del pc. Trovati 60 mila file”

Vado a contare i miei (tempo impiegato meno di 30 secondi):

Numero di file : 791.613

Nell’articolo poi non viene spiegato quale sia la “notizia” in quella quantità di file.

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Poi dice che uno ce l’ha coi giornalisti

E’ di questi giorni la notizia che i buttafuori avranno un loro albo professionale.

Per curiosità leggo quali siano i requisiti, e negli articoli in rete trovo la frase:

“non essere o essere stati aderenti a movimenti, associazioni o gruppi organizzati”

la quale non sta in piedi né da un punto di vista grammaticale (devono o non devono aver aderito a movimenti etc?) né logico (sfido chiunque a non aver fatto parte di un gruppo organizzato, fossanche la squadretta di calcio parrocchiale).

So che il Legislatore ha una sua lingua particolare per cui cerco in Gazzetta Ufficiale e trovo la frase incriminata, e completa:
“e) non essere aderenti o essere stati aderenti a movimenti, associazioni o gruppi organizzati di cui al decreto-legge 26 aprile 1993, n. 122, convertito dalla legge 25 giugno 1993, n. 205;”

Che è ben diversa, e quanto meno ha un significato, mentre quella riportata nei vari siti di “informazione” non ce l’ha.

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Julie & Julia, vita da scrittrici

Come farsi pubblicare un libro è da sempre nella top tre dei messaggi più letti quì e quindi immagino di fornire un servizio utile segnalando agli aspiranti scrittori il film Julie & Julia il quale, con abilità narrativa, racconta della vita di due autrici di successo, o meglio di quella parte del viaggio che ha consentito loro di arrivare alla pubblicazione di un libro.

Due storie separate dalla storia, una quarantina d’anni, ma unite con sapienza da molteplici coincidenze. E se, aspiranti scrittori, la prima reazione è “sì, ma loro avevano il vantaggio di (inserire vantaggio a caso)” significa che dovete avere una seconda reazione.

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“oltre 31 milioni di euro, qualcosa come 60 miliardi di vecchie lire”

Il segreto per imparare una lingua straniera consiste nel pensare in quella lingua. Accantonare il bagaglio di conoscenze e pensieri e abbracciare il ritmo, significato, filosofia diversi del nuovo idioma.

L’Euro è stato introdotto sette anni fa, le “vecchie” lire se ne sono andate quasi contemporaneamente.

Eppure c’è ancora qualcuno che, in un comunicato dell’ansa, si riferisce a 31 milioni di euro come “qualcosa come 60 miliardi delle vecchie lire”.

Chissà se conosce lingue straniere, e se ha fatto fatica ad impararle.

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La Logica Dei Pubblicitari

“oltre 1000km con un pieno di benzina”

Roba di qualche anno fa, riguardava la Opel Corsa.
Perché questo dovesse essere uno slogan attraente in un paese dove è difficile passare mezz’ora senza incontrare un distributore è per me un mistero.

Del resto, e fortunatamente, un Boeing 747 ha un’autonomia ben superiore a 1000km con un pieno, ma non per questo traggo la conclusione che consumi poco, o che sia un mezzo di trasporto conveniente.

Questo è un esempio eclatante di come la comunicazione pubblicitaria a volte si ingarbugli in premesse e, auspicate, conclusioni che non sempre rispettano i canoni della logica.

In questi giorni sta facendo grosso scalpore una campagna Microsoft, che sfida a trovare la propria soluzione informatica e promette di pagarla se ci si riesce. Il più famoso al momento è quello di Lauren che vuole un portatile con schermo di 17 pollici sotto ai 1000$ di prezzo . Cerca che ti cerca, lo trova, Microsoft le dà i soldi per comprarlo e lei è felice.

?

Credo lo sarebbe chiunque, un computer gratis è sempre un computer gratis. Di nuovo mi sfugge la logica sottostante, e in questo caso anche la conclusione cui si dovrebbe arrivare.

Sono anche passati i tempi in cui “bastava la parola”, adesso l’attenzione dei destinatari è così frazionata da mille stimoli che catturarla non è semplice, e forse è logico cercare strade alternative.

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Non so se sentirmi gabbato o offeso

Volendo acquistare un iPod shuffle di seconda generazione si scopre che, dei 45€ richiesti, 0,53€ vanno per un fantomatico “compenso per copia”*.

Cliccando nell’apposito punto di domanda si scopre che:
Il compenso per copia è un onere che viene applicato ai supporti registrabili e alle apparecchiature di registrazione per compensare i titolari dei diritti – autori, musicisti e produttori – dei danni subiti a causa della copia privata di opere protette dalla legge sul diritto d’autore (es. canzoni, film, programmi TV). Il compenso per copia viene riscossa dalle organizzazioni che rappresentano i titolari dei diritti.

Quindi mi stanno dicendo che devo pagare perché, o sono un criminale che gli crea dei danni, o sono un idiota in quanto pago per i danni che altri causano.

Sarò suscettibile, ma in entrambi i casi non una bella cosa da dire ad un cliente.

Poi dice che uno prende una cattiva strada.

Il che ci porta anche al filmatino “non ruberesti un’auto, non ruberesti una borsetta etc.” che devo sorbirmi ogni volta che voglio vedere un DVD che ho regolarmente acquistato. Immagino (non lo so perché finora ho acquistato/noleggiato DVD ufficiali) con sempre maggiore dettaglio e desiderio che sui DVD pirata il filmatino, durante il quale ogni accesso al menù è impedito, non ci sia.

Qua l’invito a delinquere lo mandano direttamente i gestori del diritto da tutelare, penalizzando i clienti onesti che pagano.

Se fossi titolare di quei diritti d’autore non sarei proprio contento delle organizzazioni che rappresentano i miei interessi.

Aggiornamento del 19/03/2009: (stimolato alla ricerca da una riflessione di Luca Sofri) ho visto un video in cui Davide Rossi, presidente di Univideo che rappresenta i produttori cinematografici in Italia, e ho capito.
Nel video in questione viene affermato che, sintetizzo, quando in un paese arriva la banda larga nel giro di poco tempo il negozio di videonoleggio sparisce, ma non perché tutti si connettano, sono solo quattro che lo fanno. Questi poi scaricano i film fanno i DVD, li vendono a tutto il paese e quindi nessuno va più nel videonoleggio.
Mah, non so dove viva questo signore, da me c’è la banda larga, e guarda caso non noleggio più film, forse perché perdo più tempo in internet, o forse perché su Amazon posso comprare l’intera sesta stagione di Scrubs a poco più di 15 euro, in pigiama, senza neanche uscire di casa, legalmente, e senza quel filmatino irritante che mi dice che non ruberei una borsetta**. Quello lo so già.

Secondo aggiornamento del 19/03/2009: poi, sempre Davide Rossi, potrebbe andare a guardare cosa hanno fatto alla Apple dove hanno creato un mercato che non c’era (o era in mano ai pirati cattivi) e sono diventati il più grosso venditore di musica, legalmente.
Indovina cosa succederà con film e telefilm?

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* lo so che il compenso per la copia esiste da un bel po’, forse ancora ai tempi delle musicassette. Ma probabilmente finora mi hanno sempre tassato quand’ero di buon umore.
** in realtà il filmatino c’è anche in certi DVD Inglesi. In fondo i produttori sono gli stessi. Una mia licenza poetica che non cambia il messaggio.

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Non che sia un’ossessione, ma se uno era un genio è probabile che le cose che lo riguardano siano interessanti

Non che David Foster Wallace sia una fissazione per me. Passano facilmente due giorni senza che ci pensi.

Ma questo articolo sul New Yorker aggiunge mattoncini interessanti alla figura privata, aiutando a comprendere quella pubblica.

Il titolo del post gioca sul fatto che l’ultimo romanzo di Wallace, che pare verrà pubblicato fra qualche mese, parla della vita di un gruppo di impiegati dell’agenzia delle entrate Americana, di come affrontino la noia mortale del loro compito, e di come non siano gli eventi ad essere interessanti ma il modo in cui li viviamo.

Nell’articolo mi ha colpito il passaggio in cui, nel 1994, scriveva a proposito delle note a margine per cui è diventato famoso, che, tra le altre cose, consentivano di mimare il flusso di informazioni e la categorizzazione dei dati che si aspettava sarebbe diventata una parte ancora più importante della vita negli Stati Uniti in capo a 15 anni*.

Non a caso oggi, 2009, una grossa sfida professionale e umana, è gestire in modo organico la mole di dati con cui veniamo in contatto ogni giorno. Un grazie a David per quel po’ di allenamento che ci ha consentito di fare già sul supporto cartaceo.

E concludo con quello che era l’auspicio di DFW, evidentemente non realizzato: “Credo di desiderare una adulta sanità mentale, che mi sembra l’unica completa forma di eroismo disponibile oggi.”

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* vedi al proposito anche nota di Seth Godin sull’argomento spazio, mentale più che fisico.

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