Archivi del mese: gennaio 2007

Sidney Sheldon

Pare se ne sia andato.

Sono sicuro di aver letto suoi libri ma il cielo mi fulmini se me ne ricordo uno.

Riporto l’articolo perché traccia la sua vita che mi è parsa interessante, a partire da quella prima vendita: una poesia per 10$, a dieci anni.

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Rosa Pesca

In Italia il rapporto con l’impresa di pompe funebri è, al meglio, di indifferenza. Al peggio di battutine e gesti scaramantici. Nessuno si reca volontariamente in una impresa di pompe funebri e quando è obbligato a farlo ci va nel peggiore degli stati d’animo possibili per entrare in un luogo simile.

E la professionalità dell’impresario nulla toglie alla pena e qualche volta al ridicolo della situazione.

Perché dopo aver fissato orari e documenti si passa alla scelta degli avvisi da apporre in giro. Il tutto è preimpostato in un catalogo da cui scegliere. Un sistema pratico che però, soprattutto per le parole, ha un fastidioso effetto baci perugina.
Trentuno frasette numerate tra cui scegliere, con l’occhio che ti si appanna già alla quinta e l’indice malfermo che si posa sulla prima, per far finire in fretta lo scempio, così come avevi fatto con la formattazione del posterino.

Quando pensi che il peggio possa essere passato ecco che ti introducono in una stanza dove c’è una dozzina di bare pret-a-porter in ordine crescente di prezzo. C’è anche la versione in ciliegio, e quella in rovere. Indichi con, se possibile, ancora più fretta rispetto a prima, quella semplice, che avresti scelto anche fosse stata la più costosa.

Perché vuoi uscire a prendere un po’ d’aria. E perché probabilmente è quella che le sarebbe piaciuta.

E ti chiedi perché una nonnina che ha speso gli ultimi trent’anni a risparmiare per potersi pagare il funerale non abbia pensato a dire che, sì, la sua bara doveva essere in legno chiaro, oppure che, no, gli intarsi sul coperchio li voleva raffiguranti la madonna. Ti rispondi che probabilmente avresti anche potuto chiedere. Ma ormai.

E il tuo compito in questo momento… non lo sai qual è il tuo compito in questo momento. Ti rendo conto dell’ineluttabilità delle cose, che il tempo non si ferma, che forse è stato meglio così, ha finito di soffrire, ma poi ti viene anche in mente di quando, nella sofferenza ed incoscienza delle ultime settimane, apriva gli occhi e, dopo un attimo di smarrimento, si illuminava in un sorriso per il semplice fatto di vederti.

E via così, tra il conforto momentaneo del pensiero che il trapasso sia avvenuto a casa, nel suo letto, circondata dall’affetto dei suoi cari, e l’acuta fitta di dolore anticipando che tra qualche decina di minuti dovrai aiutare ad asportare il corpo, che ha trascorso la notte inerme nella sua stanza. Poi ti viene in mente di quando, per risultare un po’ più in carne nelle foto, si metteva in posa gonfiando le guance. E la foto riusciva solo dopo un po’ di tentativi perché le scappava da ridere.

Tiri un sospiro, e pensi a tutte queste cose.

Pensi, soprattutto, di aver finito con le scelte, quando l’impresario, sempre comprensivo e professionale, ti ferma davanti ad un armadio. Lo apre. Decine di tessuti tra cui scegliere per il rivestimento interno del feretro.

“Ha un vestito nero”
“Forse è meglio questo, rosa pesca, direi di sì, così le dà un po’ di colore”.

Ecco.
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Per la lapide poi ho scelto il Times New Roman e l’unica cosa fuori dal menu, la foto in cui sorridi.

Ciao, nonna.

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Un Uomo di Mondo

In questi giorni ho scritto poco quì, perché ho trascorso molto tempo nei link di questo sito (a chi sfuggisse l’ironia, e forse sarebbe un bene, trattasi della satira su quest’altro sito).

In realtà ho scritto comunque ma di argomenti che, pur di interesse pubblico, toccano più la mia sfera privata.

Il tutto, come spesso mi accade, sorpreso dalla umanità che ci circonda. Guardando telegiornali e leggendo le “news” sembra che siamo immersi nella melma, senza speranza, poi ti guardi intorno e vedi una maggioranza silenziosa che porta avanti il mondo senza tanto clamore.

Cito (mi scuso con chi non legga l’Inglese, ma mi dovrei scusare comunque per lo stridore delle mie traduzioni, quindi lascio così):
“Whenever I get gloomy with the state of the world, I think about the arrivals gate at Heathrow Airport. General opinion’s starting to make out that we live in a world of hatred and greed, but I don’t see that. It seems to me that love is everywhere. Often it’s not particularly dignified or newsworthy, but it’s always there – fathers and sons, mothers and daughters, husbands and wives, boyfriends, girlfriends, old friends. When the planes hit the Twin Towers, as far as I know none of the phone calls from the people on board were messages of hate or revenge – they were all messages of love. If you look for it, I’ve got a sneaky feeling you’ll find that love actually is all around. ”

Hugh Grant in Love Actually

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Tempi di Lettura e Formattazione dei Messaggi (rettifica)

Nel messaggio originale mi esprimevo contro i paragrafi giustificati accusandoli di rendere difficile la lettura.

Oggi apprendo da un forum che ci sono persone che preferiscono quel tipo di paragrafi.

Ne prendo atto e rettifico (le mie difficoltà di lettura rimangono).

Fra l’altro lo faccio anche con un certo sollievo, perché non mi capacitavo dell’utilizzo generalizzato dei template con il giustificato. Adesso almeno ne vedo il motivo.

Per il futuro cercherò di stare più attento. Se me ne esco ancora con qualche “verità” che in realtà è solo una mia opinione, o poco più, segnalatemelo con un commento. Ve ne sarò grato.

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Lei:”Tu non mi capisci!”. Lui “Cosa intendi dire?”

bacio

Ci credereste?

Stante lo standard delle frasi sui baci perugina direi che questo apre la porta ad inquietanti interrogativi.

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“Quelli che…” di Beppe Viola

quelli che

Questo sarebbe l'”originale”, Viola ha collaborato con Jannacci alla stesura del testo della famosa canzone omonima, collaborando a creare un modo di dire. Non male come riconoscimento popolare.

Guarda te la coincidenza(1), per ricollegarci al post di ieri su lavori sexy e lavori che pagano le bollette, Beppe Viola, lo dico a beneficio dei più giovani, era un apprezzato giornalista sportivo che, nel tempo libero faceva l’Autore di umorismo serio.

Ho riscoperto per caso questo libro ieri, in una scorribanda nel periodico e disperato tentativo di fare spazio negli scaffali. Era un po’ nascosto, tra la biografia di Lincoln (mai letta, ma si può non averla?) ed un testo dal titolo ammonitorio, “Suffer in Silence”.

Beppe Viola è morto nel 1982 e, onestamente, ho scoperto solo grazie a questo libro, del 1992, le sue qualità. Era veramente anni avanti ai suoi colleghi e tutt’oggi lo si legge volentieri.

La mia edizione era per i tipi di Baldini e Castoldi. La prefazione di Gino & Michele.

“Quelli che non vedono cosa ci sia da ridere in momenti come questi.”

_____________

(1) le coincidenze, secondo la teoria(2) che va per la maggiore sul rifugio in questo momento, non esisterebbero.

Gli eventi possibili sono moltissimi, qualcuno è probabile che accada. La nostra mente, inoltre, tende a selezionare gli stimoli, o non sopravviverebbe.

Due più due ed è automatico che tendiamo a notare le cose che sono importanti per noi in un determinato momento, o che più facilmente si collegano ad altre simili cui avevamo prestato attenzione. A volte la loro semplice, apparente, bizzarria le fa risaltare nel bombardamento. Tutto qua.

Che destino.

(2)un grazie a John Allen Paulos ed al suo Innumeracy, cui sono arrivato per una serie di, ehm, coincidenze. Da solo ci sarei arrivato solo per caso, chissà quando.

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Sono un Parassita Emotivo

Non potrei mai fare il critico d’arte, sono di parte.

Sfoglio, adocchio, pilucco, leggo, sottolineo, divoro, quello che mi piace, per il resto non ho tempo. Non ho voglia.

Non son storie di volpi ed uve. Lo so. Anche volessi fare il Re censore non ne avrei il piedistallo, mi trovo spesso raso terra a godere di quello che mi piace. Non mi libro per una visione generale e distaccata.

Nell’arte, io, cerco emozioni, se ne trovo son contento, anche se il resto non sta in piedi. La Gioconda, mi è parsa piccolina, ma se vi mettete di lato potete guardare la folla che l’ammira, perché le piace, perché la capisce, perché deve farlo. E’ un’emozione. Umana.

Non è un’inno all’ignoranza, me ne guardo bene, e soffro, anche se non sempre in silenzio, per quello che mi manca.

Ma a volte, a volte, leggo certe recensioni, di libri, di film, e mi dico, va là, ti pagano, ma non farei a cambio con te.

Anche il film più brutto, magari ha solo un paio di inquadrature di un luogo che mi affascina, e io prendo quello e porto a casa. Contento. Non boccio neanche i libri che non mi piacciono, smetto di leggerli, chi me lo fa fare?

E così colgo il meglio che posso, cerco di capire, sì, ma se proprio non ci riesco mi affido alle budella che a volte stan ferme e a volte si muovono. E quando si muovono è sempre meglio.

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