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Julie & Julia, vita da scrittrici

Come farsi pubblicare un libro è da sempre nella top tre dei messaggi più letti quì e quindi immagino di fornire un servizio utile segnalando agli aspiranti scrittori il film Julie & Julia il quale, con abilità narrativa, racconta della vita di due autrici di successo, o meglio di quella parte del viaggio che ha consentito loro di arrivare alla pubblicazione di un libro.

Due storie separate dalla storia, una quarantina d’anni, ma unite con sapienza da molteplici coincidenze. E se, aspiranti scrittori, la prima reazione è “sì, ma loro avevano il vantaggio di (inserire vantaggio a caso)” significa che dovete avere una seconda reazione.

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Infatuazioni

Chi mi conosca, anche superficialmente, dovrebbe aver realizzato che sono facile alle infatuazioni.

Mi sono innamorato di quasi tutte le protagoniste femminili dei film che ho visto(1) e ho anche cotte letterarie frequenti. Un serial reader che va a scoprire tutta la produzione dell’autore preferito del momento, a dispetto delle raccomandazioni matematiche su una produzione che mantiene una media qualitativa formata, per forza di cose, di picchi su entrambi i versanti.

Oggi parliamo di una rivista, Internazionale, che ho scoperto ieri in un raid compulsivo all’Edicola. Sottotitolo “racconti e illustrazioni da tutto il mondo”. Pare che raccolgano le storie che ritengono opportune facendo shopping al The New Yorker, The Economist, The Atlantic Monthly, e via così. Questa settimana c’erano scritti di James Ellroy, Nora Ephron, Scott Turow, per citare tre nomi che conosco.

In particolare quest’ultimo racconta la storia della sua infatuazione per il lavoro di Saul Bellow e si conferma come ogni autore poi abbia i suoi riferimenti. E’ tenerissimo il passaggio in cui dice che non ha mai provato ad imitarlo ma che si rendeva conto che “qualcosa del suo stile, e più ancora della sua ironia, mi ha contagiato per sempre”. E ancora “Il chiacchiericcio interiore di (…) è una pallida eco di vari personaggi di Bellow”. Per finire con “speravo che Bellow riconoscesse il tributo che gli rendevo e ne fosse lusingato”. Turow ha venduto un bel po’ di libri nella sua carriera, eppure è qua che omaggia un ispiratore.

Tornando a l’Internazionale, l’avevo sentita nominare più volte da Luca Sofri nel suo Condor, programma radiofonico di radiodue, con la nonchalance di chi la considera una specie di lettura obbligata per tenersi informati sui fatti del mondo. Un po’ parassitariamente, un po’ perché pensavo che Sofri fosse un gradino più in alto nella scala gerarchica culturale, un po’ perché all’Edicola era in una sezione che frequento poco, accanto agli Oggi e ai Gente (che con tutto il rispetto però non mi infatuano come le riviste di altre sezioni. A onor del vero non saprei neanch’io dove piazzarla) non l’avevo mai affrontata.

E’ servito il raid di ieri, una specie di fame da lettura di storie piacevoli di dimensioni medie. Non è da escludere che qualche influenza abbia avuto il coinvolgimento del The New Yorker (si pronuncia semplicemente new yorker, che fa più confidenziale), da sempre covo di Storie ben raccontate, o così almeno si sente in giro.

E poi Luca Sofri fa sempre la sua porca figura culturale a Condor, sembra che le sappia sempre tutte le sappia, ed è uno dei giornalisti/blogger di riferimento di chi guidi ascoltando radiodue. Quest’ultima è deferente, ma non troppo.

Uno dei vantaggi dell’avanzare dell’età è che non ci si vergogna più dell’oceano della propria ignoranza, ma si può godere del tramonto e delle poche gocce d’acqua saporita estratte durante il giorno.

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(1)non è vero, ma fa effetto, e Meril Streep sarà brava ma proprio non ci riesco ad infatuarmene. Specialmente da quando ha fatto piangere Clint Eastwood ne I ponti di Madison County. Ma questa, come si suol dire, è un’altra storia.

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Sistemi per farsi pubblicare un libro

Un sistema particolarmente efficace (1) per trovare un editore disposto a pubblicarci un libro potrebbe essere quello di farsi rapire da una tribù di aborigeni, e farsi portare in giro per il deserto per settimane senza essere sicuri del proprio destino (ma lo si è mai?). Una volta rilasciati si potrà raccontare la nostra storia a qualcuno che sarà ben disposto ad ascoltarla e, addirittura, a comprarla.

Un modo invece che non ci farebbe dipendere dall’iniziativa di altre persone potrebbe essere quello di tentare l’ascesa dell’Everest dopo essersi fatti operare per la riduzione della miopia. A quanto pare in altura, e in presenza di luce, il risultato dell’operazione che ci ha liberato dalla schiavitù delle lenti a livello del mare viene annullato, e si diventa momentaneamente ciechi.
Se si ha la fortuna di incocciare in una improvvisa perturbazione, evento peraltro non remoto sull’Everest, si potrebbe essere abbandonati al nostro destino (sempre lui) in quanto ritenuti morti e se poi, grazie ad una forza d’animo notevole (ma chi non si muoverebbe da un giaciglio ghiacciato all’idea di un tè caldo e un possibile contratto editoriale), si rientra al campo base è pressoché fatta. Con i nuovi software di riconoscimento vocale il fatto di aver perso il naso ed entrambe le mani per congelamento non influirà più di tanto sulla stesura del memoriale.

Sulla falsariga di quest’ultimo stratagemma si potrebbe uscire da soli per una escursione in una zona isolata dell’ovest degli Stati Uniti, senza rendere edotto nessuno del proprio itinerario, e farsi intrappolare l’avambraccio destro sotto un masso provvidenzialmente scivolato.
Dopo alcuni giorni, se si è avuta l’accortezza di portare un temperino, ci si potrà liberare dal, letterale, peso e tornare, quasi tutti interi, alla realtà.
Rispetto all’esempio precedente la perdita è di un solo arto, e quindi ovvi i vantaggi a livello di vita quotidiana.

Un esempio di individuo che ha scelto quest’ultimo metodo è Aron Ralston, ragazzotto cui va riconosciuto spirito di iniziativa, una forza d’animo notevole, e una altrettanto significativa volontà di testare i propri limiti.

Quello che disturba, a mio avviso, è una sorta di premeditazione che aleggia su tutta l’operazione.

Leggendo l’inizio del libro “Between a rock and a hard place” (traducibile in” Tra l’incudine e il martello”, ma si perde il gioco di parole insito nel titolo, che è anche il primo generatore di sospetti sulla genuinità dell’operazione) sembra quasi che se la sia cercata apposta.
Sembra quasi di vederlo sfregarsi le mani (beh, la mano) all’idea che il masso che lo sta imprigionando è quello che gli aprirà le porte della celebrità. E tutti i ragionamenti sul senso della vità che precedono l’evento nelle pagine del libro sanno di artificiale e forzatamente aulico.

Immagino sia un bravo ragazzo, e di sicuro non avrà premeditato una cosa del genere.

Il mio sfogo è dettato principalmente dalla delusione di un appassionato di storie di sopravvivenza.

Io il libro l’ho comprato, ne ho letto l’inizio, e ho continuato finché ho potuto, però quella sensazione di soddisfazione per l’opportunità presentatasi mi ha allontanato, e a differenza di altre storie simili (su tutte Joe Simpson e il suo “Touching the void”) non mi ha coinvolto ma solo disgustato.

Non ci si può esimere dall’ammirarne il coraggio, comunque. Il temperino taglia le carni, ma le ossa vanno spezzate.

between a rock and a hard place

nota a margine: lo sfogo è stato generato dalla lettura del libro che mi è apparso, a tutti gli effetti, una operazione commerciale irrispettosa nei confronti di tutti quelli che hanno subito infortuni invalidanti. Sentimenti simili mi aveva generato l’altro esempio citato, seppure in forma diversa.
Mi scuso per la forma che, effettivamente, è piuttosto rude.

P.S.: poi ho scritto un messaggio appena più serio, sull’argomento

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(1) ovviamente si declina ogni responsabilità per i danni che la ricerca di fama e gloria possa causare. Il tono del messaggio è ovviamente ironico ed esagerato (ma siccome ci sono più scrittori che lettori meglio ribadire)

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Il Dottor D. E’ Tornato

Il dottor D. è tornato con un pezzo, D-generation, che mescola sapientemente descrizioni personali e riflessioni più ampie sul destino e l’autodeterminazione.

Il tutto con il consueto stile scorrevole, condito da sapide relazioni con eventi/persone famosi, che regala frequenti sorrisi fisici o cerebrali.

Chi ama leggere vada, chi ama scrivere anche, c’è da imparare.

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