Archivi del mese: novembre 2006

Il destino

Volevo alleggerire una sequenza di post un po’ lunghi e pesanti.
Aprendo a caso “anche le formiche..” ho trovato questa:

“I poemi lunghi sono la risorsa di quegli imbecilli che non ne sanno scrivere di brevi.”

Charles Baudelaire

E porto a casa.

Però anche questa non è male, trovata dopo una breve ricerca:

“Ci ho messo quindici anni per scoprire che non avevo nessun talento per la scrittura, ma non ho potuto lasciar perdere, perché all’epoca ero già famoso.”

Robert Benchley

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Potrei scrivere un libro su…

Quanti di noi non hanno mai pronunciato questa frase?

Quanti hanno mai pensato seriamente all’impegno che serve per scrivere un libro?

Prima di tutto, la scelta dei genitori, possibilmente trascuranti o iperprotettivi, o uno e uno. Poi un’infanzia e una adolescenza disastrate, per raccogliere esperienze da mettere in fila.

Scherzo, ma non tanto (e sarei già fuori). Serve invece di sicuro tanto c(bip)*.

Prima fisicamente: un libro di medie dimensioni richiede ore, giorni , settimane, mesi, sulla sedia, a traspirare.

Poi socialmente: un editore richiede personaggi già famosi, o che conosce in qualche modo, o che scrivono veramente bene. E anche quì è un bell’impegno.

Io vorrei soffermarmi però più sulla prima parte perché credo meriti un po’ di attenzione.

Anche ammettendo di averne il talento quello che mi metterebbe in difficoltà nello scrivere un libro sarebbe la quantità di lavoro e dedizione che richiede. Io mi inchino a chi produce 3/400 pagine piacevoli a leggersi di qualche argomento più o meno interessante.

Già la prima stesura richiede una applicazione non indifferente, e poi viene il resto: correzioni, aggiustamenti, modifiche. Poi si prepara la proposta, che tra introduzioni, spiegazioni, riassunti ed estratti viene almeno di 50 pagine e poi si deve scrivere la parte vermamente importante: una lettera di una facciata in cui si spiega al potenziale agente/editore perché dovrebbe scegliere noi invece degli altri.

In quella facciata, e metà va via tra mittente, indirizzo, oggetto e saluti, si deve concentrare il lavoro di almeno un anno, o una vita, quante parole sono?

Ché in realtà voglio tornare indietro (perché la lettera sarebbe la parte che mi spaventa di meno) alla produzione massiccia di vocaboli collegati, giorno dopo giorno, dopo settimana, dopo mese. puff.

Tutto questo mi è venuto in mente perché una mia amica continua a dire che vorrebbe fare la scrittrice, immaginando, credo, una quieta e romantica esistenza fatta di qualche paginetta buttata giù e, soprattutto, l’assenza dall’ufficio-cinque-giorni-su-sette.

Boh, non sono sicuro sia così poetico, specie se non ti hanno mai pubblicato, o anche se ti hanno pubblicato e devi scriverne un altro, di libro.

Comunque bravo a chiunque si metta lì e produca un mano(dattilo)scritto per raccontare una storia.

* non è pruderia, è che poi i motori di ricerca mi manderebbero qua gente che resterebbe delusa

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Rispetto

Io leggo tanto, per lavoro e per diletto, e scrivo, per lavoro e per diletto.

Conosco la fatica che si fa a scrivere e a leggere. E cerco di rispettare sempre chi fa fatica, indipendententente dai risultati.

Ciò che mi disturba, e che a volte mi causa un lieve tremolio sotto l’occhio destro, è quella che ritengo mancanza di rispetto, per sé stessi e per gli altri.

Se scrivi per farti leggere non devi necessariamente essere un genio, o un “capolavorista”, ma almeno mettici quel velo di sudorazione che rende lo scritto un po’ più saporito.

Supponiamo di voler partecipare ad un concorso, e supponiamo che il regolamento dia la possibilità di scrivere 300 battute di presentazione del lavoro, direi che è interesse principale dello scrittore cesellare con pazienza certosina quella presentazione, è il suo biglietto da visita, è quello che invoglierà ad andare eventualmente a vedere la ben più corposa opera, sarà forse l’unica cosa che verrà letta.

Dovrebbe richiedere l’impiego massiccio di neuroni e sinapsi, il collasso della RAM personale, la consunzione dello sgabello dello studio o di qualunque superficie su cui si stazioni per prepararla.

Poi leggi questo:
“Una raccolta di racconti basati, per lo più, su alcune mie avventure tutte con risvolti ironici. Si va avventure capitatemi durante gli anni della scuola, sul lavoro ed anche nella vita di tutti i giorni. Ma oltre a questo troverete anche racconti ironici non a sfondo personale: tutti rigorosamente con risvolti ironici.”

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Sistemi per farsi pubblicare un libro

Un sistema particolarmente efficace (1) per trovare un editore disposto a pubblicarci un libro potrebbe essere quello di farsi rapire da una tribù di aborigeni, e farsi portare in giro per il deserto per settimane senza essere sicuri del proprio destino (ma lo si è mai?). Una volta rilasciati si potrà raccontare la nostra storia a qualcuno che sarà ben disposto ad ascoltarla e, addirittura, a comprarla.

Un modo invece che non ci farebbe dipendere dall’iniziativa di altre persone potrebbe essere quello di tentare l’ascesa dell’Everest dopo essersi fatti operare per la riduzione della miopia. A quanto pare in altura, e in presenza di luce, il risultato dell’operazione che ci ha liberato dalla schiavitù delle lenti a livello del mare viene annullato, e si diventa momentaneamente ciechi.
Se si ha la fortuna di incocciare in una improvvisa perturbazione, evento peraltro non remoto sull’Everest, si potrebbe essere abbandonati al nostro destino (sempre lui) in quanto ritenuti morti e se poi, grazie ad una forza d’animo notevole (ma chi non si muoverebbe da un giaciglio ghiacciato all’idea di un tè caldo e un possibile contratto editoriale), si rientra al campo base è pressoché fatta. Con i nuovi software di riconoscimento vocale il fatto di aver perso il naso ed entrambe le mani per congelamento non influirà più di tanto sulla stesura del memoriale.

Sulla falsariga di quest’ultimo stratagemma si potrebbe uscire da soli per una escursione in una zona isolata dell’ovest degli Stati Uniti, senza rendere edotto nessuno del proprio itinerario, e farsi intrappolare l’avambraccio destro sotto un masso provvidenzialmente scivolato.
Dopo alcuni giorni, se si è avuta l’accortezza di portare un temperino, ci si potrà liberare dal, letterale, peso e tornare, quasi tutti interi, alla realtà.
Rispetto all’esempio precedente la perdita è di un solo arto, e quindi ovvi i vantaggi a livello di vita quotidiana.

Un esempio di individuo che ha scelto quest’ultimo metodo è Aron Ralston, ragazzotto cui va riconosciuto spirito di iniziativa, una forza d’animo notevole, e una altrettanto significativa volontà di testare i propri limiti.

Quello che disturba, a mio avviso, è una sorta di premeditazione che aleggia su tutta l’operazione.

Leggendo l’inizio del libro “Between a rock and a hard place” (traducibile in” Tra l’incudine e il martello”, ma si perde il gioco di parole insito nel titolo, che è anche il primo generatore di sospetti sulla genuinità dell’operazione) sembra quasi che se la sia cercata apposta.
Sembra quasi di vederlo sfregarsi le mani (beh, la mano) all’idea che il masso che lo sta imprigionando è quello che gli aprirà le porte della celebrità. E tutti i ragionamenti sul senso della vità che precedono l’evento nelle pagine del libro sanno di artificiale e forzatamente aulico.

Immagino sia un bravo ragazzo, e di sicuro non avrà premeditato una cosa del genere.

Il mio sfogo è dettato principalmente dalla delusione di un appassionato di storie di sopravvivenza.

Io il libro l’ho comprato, ne ho letto l’inizio, e ho continuato finché ho potuto, però quella sensazione di soddisfazione per l’opportunità presentatasi mi ha allontanato, e a differenza di altre storie simili (su tutte Joe Simpson e il suo “Touching the void”) non mi ha coinvolto ma solo disgustato.

Non ci si può esimere dall’ammirarne il coraggio, comunque. Il temperino taglia le carni, ma le ossa vanno spezzate.

between a rock and a hard place

nota a margine: lo sfogo è stato generato dalla lettura del libro che mi è apparso, a tutti gli effetti, una operazione commerciale irrispettosa nei confronti di tutti quelli che hanno subito infortuni invalidanti. Sentimenti simili mi aveva generato l’altro esempio citato, seppure in forma diversa.
Mi scuso per la forma che, effettivamente, è piuttosto rude.

P.S.: poi ho scritto un messaggio appena più serio, sull’argomento

_____________

(1) ovviamente si declina ogni responsabilità per i danni che la ricerca di fama e gloria possa causare. Il tono del messaggio è ovviamente ironico ed esagerato (ma siccome ci sono più scrittori che lettori meglio ribadire)

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Archiviato in fiction, il recensore smascherato, libri

E’ importante realizzare i propri sogni?

Questo è un cartone animato, dal titolo “Kiwi!”, che parla della realizzazione dei propri sogni.
Magari siete tra gli oltre 3 milioni di persone che l’hanno già visto, magari no.

Per me è splendido ma se ne sconsiglia caldamente la visione ad un pubblico sensibile.

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Archiviato in sogni

E’ importante realizzare i propri sogni, o almeno non svegliarsi

Una volta scrivevo poesie. O rondini! O stelle! Ora mi mantengo scrivendo strofette per birre e detersivi.
Come dire?
M’è successo un po’ come alla Wilkinson: anche loro là, una volta, fabbricavano spade per i dragoni del re e adesso fanno lamette da barba.
Ma sappiate che tanto per me che per la Wilkinson è stata una mezza tragedia. Ecco perché a volte siamo così nervosi e rispondiamo sgarbatamente al telefono.

da “Le Caramelle Del Diavolo” di Romano Bertola

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Un Romanziere Alle FS

Molte persone fanno un lavoro che non amano e si limitano a lamentarsi, il che è semplicemente triste, altre fanno un lavoro che non amano per pagare le bollette e fare nel tempo libero quello che veramente piace loro, vedi per esempio George Clooney, che fa i film di cassetta per poi poter produrre quelli che piacciono a lui.

Ok, forse non è l’esempio migliore.

L’esempio che voglio portare è quello del ragazzo, volenteroso, che opera all’oscuro di qualche scantinato degli uffici centrali delle FS, settore marketing e relazioni con la clientela.

Il suo vero sogno è probabilmente scrivere un libro, più precisamente un romanzo, senz’altro qualcosa che nessuno ha mai nemmeno osato immaginare.

Nel frattempo gas e luce vanno pagati e quindi è lì che trasforma in comunicazione le idee che vengono ai vertici FS, lassù, dove volano le locomotive.

Non è però uno di quelli che si imboscano, anche se non sta facendo il lavoro dei suoi sogni cerca di farlo al meglio, e la grande occasione gli viene porta quando nella sala dei bottoni decidono di rimpinguare le entrate, sofferenti, aumentando il prezzo degli Intercity.

E’ lui infatti che propone la struttura del posterino che poi verrà affisso nelle stazioni e nei treni. Non proprio un bestseller, ammettiamolo, ma in quanto a visibilità è secondo a pochi, diciamocelo.

Lo considera un po’ il suo capolavoro. Il titolo principale è “più comfort con il biglietto unico” e gli Intercity si trasformano in Intercity plus, per darvi un servizio ancora migliore. La prenotazione sarà obbligatoria (1€ fino a 300km, 2€ oltre) per consentirvi di avere sempre il posto a sedere e godere del viaggio nel modo migliore.

Laddove un saggista, o un semplice scrivano, avrebbe comunicato che la prenotazione, a pagamento, diventava obbligatoria, punto, (e tralasciamo il fatto che se uno voleva il posto e il comfort se li prenotava anche prima) lui è andato oltre tentando di farci partecipi di un sogno, di quel mondo fantastico tanto apprezzato, per esempio, dai lettori di fantascienza.

Per me è un ragazzo che farà strada, chissà se è lo stesso che ha rinominato vagoni e locomotive “materiale rotabile”.

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