Taddìa

(Taddìa è un nome di fantasia, come gli altri in questa storia, perché il punto è un altro)

Tutti i paesi hanno il loro tipo strambo, a San Francisco per esempio c’è il personaggio che si nasconde dietro una siepe improvvisata utilizzando due rami di latifoglie che tiene in mano.

Quando qualche ignaro turista gli arriva a tiro apre la siepe e proprompe in un “buh!” minaccioso.

Ora, in qualsiasi altra città del mondo questo tizio si sarebbe probabilmente già preso una pistolettata in faccia.

A San Francisco invece c’è gente piuttosto pacifica, che gli dà anche un piccolo obolo (che non mi spiego), e sembra addirittura che nonostante il precariato le sue entrate siano piuttosto cospicue.

Ci sono voci che le autorità avessero cercato di farlo desistere ma c’è stata una ribellione della comunità (mai contraddire la gente pacifica sui loro princìpi) che lo ha rimesso al suo posto, dove ormai è una sorta di celebrità.

Al mio paese non ci possiamo permettere una celebrità, però abbiamo il Taddìa.

Piuttosto massiccio, con il testone rotondo, potenzialmente è alto circa un metro e settantacinque. In realtà non si esprime al massimo per via della postura: tutta la parte superiore del corpo a partire dalla vertebre cervicali è infatti rivolta in avanti. Orizzontale.

Sia quando cammina che quando staziona, pensoso o parlottando, bilanciandosi ora su un piede ora sull’altro, lo sguardo è rivolto in basso.

Il Taddìa un po’ beve. Siccome frequenta un bar dove vado anch’io lo vedo. Periodicamente, durante l’ orario di apertura, quindi dalle sette di mattina alle otto di sera, entra, ordina un bianchetto (= calice di vino bianco) o uno spritz (= prosecco, acqua minerale e Aperol) e lo ingolla, letteralmente. Slancia rapidamente la testa indietro, uno dei pochi momenti in cui gli si può vedere la faccia, ed in un solo sorso il liquido va giù. Mi aspetto sempre che trabocchi, lo vedo il vino che sale, sale, sale, al limite del bordo del bicchiere, ma niente, neanche una goccia viene sprecata.

Appena bevuto esce, per un po’.

Io gli sono sempre stato alla larga, perché ho già i miei problemi a relazionarmi con il prossimo, e perché pensavo di non aver niente da imparare da lui, e perché sì, neanch’io sono perfetto, lo devo proprio dire?

Oltre alla rapida sosta periodica al bar il Taddìa cammina su e giù per il paese e ogni tanto chiede soldi ai passanti. Anch’io sono stato un passante una volta e mi si è rivolto con tenore molto signorile:
“Senti, non offenderti eh!, ma ce l’avresti qualche spicciolo che così mi compro il biglietto del bus per andare a [nome di paese vicino]?”
“Senti, non offenderti, eh! ma, no”.
“no, perché…”
“Tranquillo, non mi sono offeso, ma neanche tu però…”

Alla logica stringente del mio ragionamento ha desistito, perché il Taddìa sarà strano, ma non è stupido, e ha anche buona memoria, infatti non mi ha più fermato per chiedermi soldi.

La nostra relazione è quindi morta prima di iniziare, e decisamente non sono uno dei molti che lui saluta sempre con un “ciao, [nome proprio della persona]” quando li incontra.

Ma non è questo il punto, una sera ero al “nostro” bar e il Taddìa si era appena mangiato un primo piatto, immaginavo con gli spiccioli deviati dal budget per il bus, quando si è alzato e si è rivolto alla titolare del bar: “Carla, sono stanco, vado a casa. Chiamami un taxi, digli che è per Taddìa”.

E così è stato.

[Prima lezione per il rexer, che giudica le persone senza conoscerle, perché il Taddìa ha i suoi problemi ma è educato ed è aiutato dalla famiglia che gli copre le spese di vettovagliamento e trasporto.]

Questa mattina ero di nuovo al bar (adesso sembra che io sia sempre lì, ma non è vero, in genere sono davanti al computer, come se fosse meglio) e c’era una nuova cameriera, al primo giorno.

Era ora di punta per le colazioni, intorno alle otto e mezza, lei era abbastanza trafelata, con il desiderio di fare buona impressione. Ho atteso pazientemente il mio turno rivolgendole un sorriso di sostegno, e lì è finita la nostra interazione. Il Taddìa è entrato, si è sparato come di consueto dritto al banco e con aria confidenziale ma cortese le ha detto: “Anna, fammi un bianchetto, va”.

[Seconda lezione per il rexer, che giudica le persone senza conoscerle, e che ha imparato il nome della nuova cameriera esclusivamente grazie al Taddìa.
Alle otto e mezza, quest’ultimo non era al primo bianchetto, e va beh, ma si era già presentato, cosa che a me richiede dalle settimane ai mesi di riflessioni e prove in locale (una spruzzata di gergo della rete).]

Chissà quante altre cose mi insegnerà, il Taddìa, perché ho anch’io i miei difetti, che però non mi impediscono di imparare.

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4 commenti

Archiviato in personaggi

4 risposte a “Taddìa

  1. 🙂
    mi sa che non ho sviluppato la storia adeguatamente.

    L’ho descritta sull’altro blog, “rexer e le donne” .

    Titolo del post: due cannoli alla crema e un cappuccino con tanta schiuma.

    NB: alcune di queste affermazioni potrebbero non corrispondere alla verità.

  2. Lo so, il mio commento non era dei più pregnanti. Ma mi sento in colpa a venire sempre qui a leggerti senza commentare mai; il punto, purtroppo, è che non ho niente da aggiungere. E così, ahimé, mi riduco ai commenti da caserma.

  3. Tranquillo, a me fa piacere che tu legga volentieri.
    I commenti se vengono, bene, altrimenti pazienza. (Il posizionamento delle virgole mi ha dato qualche grattacapo)

    E così ho potuto fare un paio di citazioni omaggio – non nel senso di gratis – e mi son reso conto di quanto può essere insinuante una frase apparentemente innocua come quella del titolo inventato.

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