Fenomenologia del buffet

Ho sempre considerato il buffet una prova di carattere: il gioco del posizionamento, la sopraffazione degli altri per arrivare a riempire il proprio piatto nel modo più adeguato, l’accontentarsi verso l’accumulo.

Ho storicamente patito scarne porzioni della cosa più semplice da raggiungere.

Mi sembra fuori questione che una mia sopravvivenza nella giungla sarebbe appesa ad un filo, non interdentale perché dopo un buffet la mia igiene orale è, sostanzialmente, inalterata rispetto a prima.

Affrontare, come ieri sera, un buffet da circa 1700 (millesettecento) persone, distribuito su 3 (tre) tavoli rappresentava quindi una, concreta, potenziale disfatta digiunante.

In realtà il numero così elevato ha in un certo qual modo spersonalizzato i partecipanti. Ciò mi ha consentito brevi incursioni con tattiche di guerriglia nella zona della pasta. La pazienza che mi contraddistingue mi ha inoltre consentito in un secondo momento un passaggio grosso modo indisturbato, quando ormai tutti eran sparsi a cercare di separare l’insalata di riso dagli affettati che avevano impilato con perizia sul medesimo piattino di plastica.

Ho mancato i crostini, comunque, le strategie più sofisticate mi restano aliene.

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